Pavimenti Industriali in cls

Un documento "guida" completissimo, emesso dal CNR - Consiglio Nazionale delle Ricerche, avente come oggetto: "Istruzioni per la Progettazione, l’Esecuzione ed il Controllo delle Pavimentazioni di Calcestruzzo" codice CNR-DT 211.
Non si tratta di una norma attuativa ma di uno strumento estremamente utile per progettisti, architetti, ingegneri e tutti gli "addetti ai lavori" che desiderano conoscere ed approfondire letematiche legate alla costruzione di pavimenti industriali in calcestruzzo.
il documento é disponibile gratuitamente nella nostra area download 

La premessa del documento spiega in modo chiaro e definitivo quanto l'importanza della progettazione dei pavimenti industriali sia oggi fondamentale per la buona riuscita dell'opera.
"l’evoluzione tecnologica negli ambienti industriali e nelle logistiche ha richiesto prestazioni sempre più importanti alle pavimentazioni, evidenziate anche nella stessa evoluzione normativa. Le pavimentazioni di calcestruzzo sono spesso realizzate unicamente sulla base di voci di capitolato, senza alcuna progettazione preliminare. Il risultato della scarsa attenzione progettuale ed esecutiva è spesso causa di vari difetti, tra i quali fessurazioni, deformazioni, rotture e disomogeneità che possono compromettere la funzionalità della pavimentazione. Dal punto di vista strutturale, le pavimentazioni sono piastre su appoggio continuo cedevole. La progettazione delle pavimentazioni in calcestruzzo è di grande importanza ed attualità, malgrado tale settore sia sempre stato considerato non di competenza ingegneristica. Ciò è palesemente in contrasto con i numerosi aspetti tecnici coinvolti, a partire dalle caratteristiche del supporto, per continuare con la tecnologia del calcestruzzo e per finire con lo strato di finitura superficiale. Le verifiche devono essere condotte soprattutto nei confronti dello Stato Limite di Esercizio (SLE) senza però trascurare lo Stato Limite Ultimo (SLU). In condizioni di esercizio rivestono particolare importanza lo stato limite di formazione delle fessure e quello di deformazione in quanto un’eccessiva deformazione potrebbe creare problemi, ad esempio alle scaffalature, al transito dei mezzi e, in generale, alla funzionalità della stessa pavimentazione."

Leggi di piú

Il quarzo salverà il mio pavimento da ogni male?

Molto spesso, l’acquirente tipo di pavimenti industriali in calcestruzzo ritiene di fondamentale importanza che il pavimento sia finito a “spolvero di quarzo” attribuendo al quarzo stesso la capacità di rendere “molto resistente” e duratura l’opera da realizzare.
Ciò non corrisponde propriamente alla realtà. Per capirlo, facciamo un passo indietro..

Perché si usa il quarzo?

Il quarzo, ovvero diossido di silicio, è il secondo minerale più abbondante della crosta terrestre; questo lo rende pertanto economico e di facile reperibilità.  Al tempo stesso il quarzo offre una buona durezza, valutata 7 su scala di Mohs. In parole povere, il quarzo è una pietra dura molto economica.
L’aggiunta di granuli di quarzo allo strato di usura di un pavimento in calcestruzzo, consente quindi di aumentarne la resistenza all’abrasione, in modo semplice ed economico.
Tuttavia, ciò che viene applicato sulla superficie del pavimento industriale non è quarzo “puro” (che sarebbe impossibile da lavorare), ma un premiscelato composto prevalentemente da cemento e sabbie silicee, le quali servono a rendere la superficie atta ad essere lisciata con macchine fratazzatrici.
L’aggiunta di pigmenti in polvere ai premiscelati per pavimenti industriali consente inoltre di ottenere variazioni cromatiche in grado di soddisfare alcune esigenze estetiche.

Vi raccomando, mettetene TANTO di quarzo!

Nello spolvero corazzante per pavimenti in calcestruzzo, il concetto di quantità non va di pari passo con quello di qualità.
La quantità corazzante da applicare sul pavimento deve essere quella che è possibile idratare ed inglobare nel calcestruzzo. Un eccesso di spolvero non porta benefici ma solo problemi.
Pertanto, gli innumerevoli capitolati tecnici che prevedono di utilizzare almeno "tot" kg di spolvero al mq, forniscono una indicazione priva di valore tecnico.

Il quarzo quindi non rende il pavimento industriale “super resistente”?

Assolutamente NO.  Il quarzo serve solo ad aumentare la resistenza superficiale all’abrasione.
Occorre sempre sottolineare che un pavimento in calcestruzzo è fatto principalmente di… calcestruzzo; che è quindi il principale ingrediente su cui investire denaro e tecnologia se si vuole ottenere un pavimento che duri nel tempo.
Con questo non si vuole sminuire la funzione dello strato di usura, che rimane una componente indispensabile di un pavimento industriale, ma solamente definirne la funzione.

La finitura al quarzo però è antipolvere ed antimacchia, giusto?

Assolutamente NO.
la polverosità e la forte assorbenza tipiche del cemento, non vengono modificate da uno spolvero superficiale che è anch’esso composto prevalentemente di cemento!
Se si vuole eliminare il problema della polverosità e rendere il pavimento maggiormente resistente alle macchie ed agli oli, occorreranno interventi successivi specifici.

C’è qualcosa di meglio del quarzo?

Ovviamente si.  Come accennato prima, la finitura a spolvero di quarzo è una finitura standard, di tipo economico ed adatta alla maggior parte delle attività medio-leggere che graveranno su di essa.
Tuttavia, quando il traffico veicolare diventa intenso, concentrato, localizzato o quando sulla paviemntazione industriale si svolgono attività lavorative gravose, sarebbe d’obbligo prevedere uno strato di usura appropriato, per esempio a base di corindone o di granuli metallici. Il corindone difatti, presenta una durezza su scala Mohs valore 9, con un valore di durezza assoluta superiore al quarzo del +300%.
In alternativa è possibile applicare, sia su strati d’usura al quarzo sia di corindone, degli indurenti chimici a base di silicati di litio.

Gli spolveri corazzanti su usano anche per i pavimenti esterni?

Se il pavimento è esposto a cicli di gelo/disgelo (come avviene nel centro-nord Italia), la buona norma prevede di non utilizzare alcun tipo di finitura superficiale; questo perché il calcestruzzo utilizzato dovrebbe essere di categoria XF3/XF4, mentre invece gli spolveri superficiali non presentano alcuna caratteristica di resistenza all’espansione del ghiaccio.
Appare quindi intuibile che, se utilizziamo un calcestruzzo specifico per resistere a cicli di gelo/disgelo e lo “ricopriamo” con uno strato cementizio che non ha tali resistenze, vanifichiamo il risultato.
La corazzatura e protezione dei calcestruzzi al esterno andrebbe affidata ad indurenti chimici a base di silicati di litio.
Sono tuttavia comparsi da pochi anni sul mercato degli spolveri corazzanti idonei anche in esterni, i quali offrono una protezione semi-impermeabile del pavimento.

Leggi di piú

I moderni sistemi a base di resine sintetiche offrono enormi possibilità nel recupero e ristrutturazione di vecchi pavimenti in calcestruzzo o clinker. Lo strato corticale della pavimentazione ed i giunti possono essere ripristinati efficacemente con rivestimenti epossidici di spessore millimetrico, riportando a nuova luce pavimenti in fase anche avanzata di degrado.
Tuttavia i miracoli non fanno parte di questo mondo ed anche i migliori sistemi a base di resine devono scontrarsi con alcuni limiti tecnici, pratici od economici.
Frequentemente, su pavimentazioni gravemente deteriorate, intrise di oli e grassi o con carenze strutturali, i rivestimenti in resina possono non essere la scelta più conveniente; risulta invece idoneo e talvolta meno dispendioso procedere alla demolizione del pavimento esistente o, meglio ancora se le quote lo consentono, realizzare un nuovo pavimento industriale in calcestruzzo sopra quello vecchio, utilizzando lo stesso come base di appoggio.  Tale scelta, vincolata dalla possibilità di alzare le quote della pavimentazione di alcuni centimetri, rappresenta anche una scelta particolarmente vantaggiosa in termini economici in quanto non vi sono costi dovuti alla demolizione ed allo smaltimento del vecchio pavimento.

Il nuovo pavimento industriale, salvo esigenze strutturali, non dovrà essere collaborante (in adesione) sul vecchio pavimento, bensì flottante, ovvero distaccato e separato da un doppio strato di foglio di polietilene.  Questa scelta consente di:

  • Permettere al calcestruzzo di maturare, contrarsi a seguito della perdita di volume per evaporazione dell’acqua, senza vincoli od impedimenti che creerebbero tensioni e rotture.
  • Evitare che le lesioni, le crepe ed i “difetti” del pavimento sottostante si ripropongano sul nuovo.

Il nuovo pavimento industriale in calcestruzzo dovrà essere progettato e dimensionato in funzione dei carichi statici e dinamici che graveranno su di esso. Il vecchio pavimento industriale, non essendo collaborante, non avrà funzione strutturale.

Nella foto a lato, un pavimento di oltre 5'000 mq in fase di realizzazione presso un nostro cantiere nel comune di Lesmo (Monza e Brianza), in appoggio su vecchio pavimento in calcestruzzo non ristrutturabile con un rivestimento in resina.

Leggi di piú

Il cono di Abrams è uno strumento molto semplice grazie al quale, secondo la normativa UNI EN 12350-2 è possibile misurare la consistenza di un calcestruzzo fresco, realizzato con inerti ≤ 40 mm.

L'occorrente:

  • cono di Abrams in acciaio, privo di ammaccature, saldature od inchiodature
  • Base di appoggio
  • Pestello in acciaio a punta arrotondata, avente diametro pari a 1,6 cm ed una lunghezza di 61 cm.
  • Asta graduata.
  • Sessola.

La procedura:

Inumidire la superficie interna del tronco-cono in acciaio

Riempire il cono di Abrams in 3 strati differenti, ognuno corrispondente a circa 1/3 dell’altezza del cono. Ogni strato andrà compattato con 25 colpi di pestello, uniformemente distribuiti nella sezione.

Rimuovere il cono con un movimento verticale, evitando spostamenti o torsioni.

In un tempo compreso tra 5 e 10 secondi, misurare con l’asta graduata l’abbassamento del calcestruzzo.
Confrontando la misura di abbassamento, espressa in mm, con la tabella sotto, è possibile determinare la classe di fluidità

I risultati:

·         S1 - consistenza umida: abbassamento (slump) da 10 a 40 mm

·         S2 - consistenza plastica: abbassamento (slump) da 50 a 90 mm

·         S3 - consistenza semifluida: abbassamento (slump) da 100 a 150 mm

·         S4 - consistenza fluida: abbassamento (slump) da 160 a 210 mm

·         S5 - consistenza superfluida: abbassamento (slump) ≥ 220 mm.

Leggi di piú

Domani bisogna assolutamente gettare, siamo in ritardo!”
Questo è quanto i pavimentisti si sentono spesso dire dalle imprese edili clienti, spinte più dalla foga di fatturare i sal mensili che da reali esigenze di cantiere.
Se queste richieste sono tuttavia comprensibili durante la maggior parte dell’anno, esse assumo un ruolo inappropriato quando le condizioni climatiche impongono rischi elevati nel getto di calcestruzzo.
Per condizioni climatiche sfavorevoli si è portati a pensare alla pioggia. In realtà, se è comprensibile a tutti che è impossibile realizzare un pavimento in calcestruzzo sotto la pioggia battente, i fattori ambientali quali caldo, freddo e vento vengono molto spesso sottovalutati pur essendo anch’essi fonte di gravi problematiche.

Il Caldo.

La “temperatura di soglia limite” che, secondo normativa, impone particolari attenzioni e precauzioni per l’esecuzione di getti in calcestruzzo è pari a +30°C. Se ad una temperatura elevata si aggiunge il vento e/o l’irraggiamento diretto del sole, diviene obbligatorio sospendere il getto e posticiparlo in giornate od orari più favorevoli. Il caldo accelera drasticamente la reazione di idratazione del cemento, la quale tuttavia avviene in modo disomogeneo. Tale disomogeneità può creare delaminazioni corticali dello strato di corazzante (spolvero di quarzo). Il caldo inoltre accelera la velocità di evaporazione dell’acqua, pertanto i fenomeni di fessurazione da ritiro igrometrico vengono amplificati.

Il freddo.

La temperatura di soglia limite che impone particolari attenzioni e precauzioni per l’esecuzione di getti in calcestruzzo è pari a +5 °C. Il freddo rallenta il processo di idratazione del cemento, pertanto sono necessarie molte ore di attesa prima di ultimare un pavimento industriale. Con tali temperature, il rischio di improvvise gelate notturne è da tenere in seria considerazione. Se l’acqua di impasto del calcestruzzo dovesse gelare, i danni che ne deriverebbero sarebbero gravissimi.

Il vento.

Il fattore climatico meno considerato in fase di getto è la velocità del vento, eppure esso è determinante per la buona o cattiva riuscita di pavimenti industriali in calcestruzzo.
I pavimenti difatti sono superfici di basso spessore ma con una ampissima esposizione superficiale. Il vento che rasenta la parte superficiale del pavimento contribuisce in modo determinante all’evaporazione dell’acqua d’impasto, provocando importanti perdite volumetriche nel calcestruzzo in fase plastica. Tali perdite di volume si tramutano generalmente in micro o macro-fessurazioni.
In presenza di vento il getto di calcestruzzo andrà adeguatamente protetto o, se non fattibile, andrà posticipato quando le condizioni climatiche miglioreranno.

Leggi di piú

Sponsor tecnico

Silicati

Visita il sito

  Web Agency XODUS New Media

Possiamo esserti utili?

Compila tutti i campi. Ti ricontatteremo in tempi brevi.