Sicurezza in cantiere

Pavimenti antiscivolo e normativa: un argomento complesso ed ampiamente sottovalutato.

Hai in mano un capitolato in cui viene richiesto un pavimento con grado antisdrucciolo R9, R10 o R11 o con valori >40, >50; oppure, sei un imprenditore, un costruttore, un progettista e stai cercando di capire quali caratteristiche antisdrucciolo debba avere il pavimento che devi installare in tal contesto pubblico/privato e quale è la normativa di riferimento?
Se non ci stai capendo niente, tranquillo: è assolutamente normale. In una situazione così complessa, mi stupirei del contrario.
Gli stessi testi di legge o specifiche emesse da enti di categoria o produttori di materiali in tema di scivolosità e sicurezza, sono spesso fumosi od inconcludenti.

Scivolosità pavimenti in calcestruzzo resina

Scivolosità dei pavimenti: cosa dice la legge?

Nel decreto legislativo 81/2008, noto anche come Testo Unico per la Sicurezza nei Luoghi di Lavoro, si prescrive che: “i pavimenti presentino condizioni tali da rendere sicuro il movimento ed il transito di persone e mezzi, prescrivendo che questi siano fissi, stabili ed antisdrucciolevoli, esenti da protuberanze, cavità o piani inclinati pericolosi, oltre a non essere ingombrati da materiali che possano impedire la normale circolazione”.  Ma cosa si intende di preciso per “stabili”?  Cosa è antisdrucciolevole?  Cosa può essere o non essere considerata cavità, protuberanza, avvallamento o piano inclinato?
Insomma, tutto è estremamente vago e privo di oggettività.

Per capire cosa è antisdrucciolevole o meno, bisogna far riferimento al decreto ministeriale 236, il quale risale ben al 1989, il quale recita testualmente: “Per pavimentazione antisdrucciolevole si intende una pavimentazione realizzata con materiali il cui coefficiente di attrito, misurato secondo il metodo della B.C.R.A. (British Ceramic Research Association) sia superiore a: 0,40 per elemento scivolante in cuoio su pavimentazione asciutta - 0,40 per elemento scivolante gomma su pavimentazione bagnata - i valori predetti di attrito non devono essere modificati dall'apposizione di strati di finitura lucidanti o di protezione". Le ipotesi di pavimentazione asciutta o bagnata devono essere assunte in base alle condizioni normali del luogo ove sia posta in opera. Nel caso dei pavimenti in resina bisogna inoltre far riferimento alla UNI 8298-16:2007, la quale spiega solamente come effettuare le prove per determinare il coefficiente di attrito superficiale, senza tuttavia indicare valori di riferimento.
Il d.m. 236/89 contrasta quindi con la UNI 8298-16:2007, la quale prescrive che le prove devono essere effettuate su provini realizzati ad hoc, condizionati per almeno 24 ore a temperatura ed umidità prestabilite, in assenza di ogni contaminazione da grassi, oli, polvere, etc…
Ciò vanifica i risultati in quanto i pavimenti in resina come quelli in calcestruzzo vengono realizzati in opera con tecniche prettamente manuali. I test di laboratorio sono applicabili solo ad elementi prefabbricati, i quali una volta certificati possono essere replicati in serie.

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La normativa DIN in tema di scivolosità dei pavimenti.

In Italia viene spesso utilizzata anche la normativa DIN per identificare con valori che vanno da R9 ad R13 il grado antisdrucciolo di una pavimentazione.  Nonostante tale normativa DIN venga largamente utilizzata, occorre ricordare che ha valore solo in Germania e non in Italia.
Alcuni produttori di pavimenti in resina hanno certificato alcuni cicli applicativi con grado DIN, ma tali valori devono essere considerati come del tutto indicativi, in quanto il grado di finitura di una pavimentazione realizzata in opera viene influenzata dalla manualità del posatore, dalle temperature ambientali, dalla variabile densità delle resine, etc. Non è possibile, tramite i test previsti dalla normativa DIN, verificare cosa è stato realmente realizzato in opera!

In conclusione

INAIL ha stimato che la caduta sui luoghi di lavoro rappresenta la prima causa di inabilità temporanea e la prima causa delle inabilità permanenti. Ciò fa capire quanto il problema della scivolosità dei pavimenti sia ampiamente sottovalutato.

La realtà principale è che il datore di lavoro è responsabile, sempre e comunque (talvolta in modo incomprensibile), dell’incolumità dei dipendenti sul luogo di lavoro; pertanto egli è tenuto ad attuare qualsiasi accorgimento per scongiurare rischi alla salute fisica dei lavoratori. Tali accorgimenti tuttavia non sono sempre specificati dalle normative.
Le accortezze per prevenire la caduta non devono riguardare solo il potere antisdrucciolo del pavimento, ma anche la tipologia di scarpe antinfortunistiche da utilizzare, la prevenzione di ristagni d’acqua tramite apposite pendenze e punti di raccolta, la redazione di linee guida per la movimentazioni di merci e macchinari, la frequente rimozione di sporco, grasso ed oli dal pavimento, etc..
In merito alla scivolosità dei pavimenti industriali, ciò che è chiaro è che, nelle normali condizioni di utilizzo (asciutto o bagnato) il pavimento debba dare un valore di attrito superiore a 0,40, utilizzando solo ed esclusivamente il metodo BCRA.
Molti mettono in dubbio la validità del Tortus su superfici bagnate, sostenendo inoltre che tale strumento misura l’attrito superficiale e non la scivolosità, che sono valori non equivalenti o direttamente correlati. Personalmente non ho le competenze per confermare o smentire tali affermazioni.
Ciò che fa fede tuttavia è la norma di legge cogente, pertanto il BCRA deve essere l’unico metodo valido e legalmente riconosciuto.
Lo strumento Tortus ha tuttavia un prezzo di acquisto molto elevato, pertanto la sua reale applicazione sul mercato è relativamente limitata.

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E' tempo di ripartire, ma solo se si può garantire la sicurezza.

La nostra è un'azienda lodigiana, pertanto sin dal primo annuncio della presenza del Covid-19 sul territorio italiano abbiamo avvertito il timore e la necessità di garantire la sicurezza dei nostri collaboratori e delle loro famiglie.
Un volta intuito che il Coronavirus si stava propagando in modo incontrollato abbiamo provveduto a chiudere completamente la nostra attività, al fine di evitare che i luoghi di lavoro potessero alimentare i fenomeni di contagio.
Questo avveniva nove giorni prima che il Governo decretasse la totale chiusura del mondo edile e di altri settori d'impresa.

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Il mondo edile in realtà non ha mai chiuso completamente. Sono molti difatti i professionisti edili che, con dedizione e coraggio, hanno lavorato ininterrottamente per garantire non solo la continuità dei progetti delle aziende alimentari e farmaceutiche, ma sopratutto per consentire l'ampliamento o la creazione in ambito ospedaliero di aree di terapia intensiva.
Il Covid-Hospital di Milano, seppur colpito da diverse polemiche, rappresenta difatti non solo il primo centro di cura italiano per i malati Covid-19, ma anche un simbolo di coraggio ed abnegazione dei professionisti del mondo edile che sono stati chiamati a compiere il loro dovere in un momento di paura e con ritmi di lavoro incessanti.
A tutti loro va il mio più sentito ringraziamento.

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Il 4 Maggio si riparte, ma con responsabilità ed attenzione.

Il mondo edile si presenta ai blocchi di partenza per la riapertura del 4 Maggio e già molte telefonate mi preannunciano un periodo intenso.
Tuttavia, sono convinto che nulla é cambiato circa la pericolosità del virus che continua a circolare. Il 4 Maggio non va difatti interpretato come un "liberi tutti" od un ritorno alla normalità, ma solo come la necessità di ritornare a produrre, per evitare che la recessione economica possa mietere ulteriori vittime.
I numeri di alcune regioni Lombarde, Piemontesi ed Emiliane parlano chiaro: il virus non é sconfitto e l'aumento dei contagi persiste.
Lavorare in sicurezza quindi non significa dare al personale dell'azienda qualche pacchetto di mascherine chirurgiche; significa lavorare con una nuova mentalità.
Significa attuare protocolli di sicurezza "logici ed attuabili", che riducano ai minimi termini le possibilità di trasmettere il virus. Significa inoltre che i datori di lavoro si devono assicurare che tali protocolli vengano attuati con rigore e senza superficialità.
Sono sempre stato convinto che le esigenze di fatturato dell'azienda non valgono nulla di fronte all'incolumità delle nostre famiglie.
Mi auguro che il 4 Maggio ci sia un nuovo inizio, ma con grande senso di responsabilità per tutti.

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Nei lavori di edilizia privata è necessario assicurare la regolarità delle posizioni contributive dei lavoratori in cantiere da parte della ditta che segue le opere? Quali sono le responsabilità del committente in materia? Ecco le principali informazioni sull'obbligo del DURC nei lavori di edilizia privata.

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Cos'è il DURC?

Si tratta del Documento Unico di Regolarità Contributiva, un'attestazione richiesta dalla legge a carico delle imprese appaltatrici riferita alla regolarità della posizione contributiva di queste ultime nei confronti degli enti previdenziali: in altri termini, con il rilascio di questo documento si afferma positivamente che l'impresa ha versato i contributi INPS, INAIL e Casse Edili dei propri dipendenti.
Il rilascio di questa attestazione avviene dietro richiesta ai diversi enti previdenziali. Dal punto di vista formale, il DURC deve contenere tutti i dati relativi all'anagrafe aziendale (denominazione, sede, oggetto sociale, ecc.), oltre che i numeri di iscrizione all'Ente di riferimento.
Il DURC è stato introdotto nel 2002 come requisito di partecipazione agli appalti pubblici; successivamente il Codice degli Appalti 2006 (con norma sostanzialmente riproposta nel nuovo Codice di cui al D.Lgs. 50/2016) ha generalizzato la presenza del DURC per gli affidamenti di lavori pubblici e per la gestione di alcuni lavori edili privati.

Il DURC è necessario nei lavori di edilizia privata?

La legge dispone che in alcuni casi è necessario che le imprese edilizie siano in possesso del DURC anche per l'esecuzione di alcuni lavori di edilizia privata, cioè tutte le opere realizzate in favore di un committente che non è una pubblica amministrazione.
In particolare, l'impresa appaltatrice ha il dovere di dotarsi dell'attestazione in tutti i casi in cui i lavori da svolgere sono sottoposti alla condizione del rilascio di autorizzazioni amministrative, come DIA, SCIA e Permesso di Costruire. Ne consegue che il DURC risulta obbligatorio quando è necessario effettuare lavori di manutenzione straordinaria, restauro o risanamento, per i quali le leggi e gli strumenti urbanistici richiedono la presentazione di un'istanza di autorizzazione al Comune.
Inoltre, l'impresa edile è obbligata a richiedere il DURC anche alle eventuali ditte subappaltatrici cui abbia affidato una o più porzioni dei lavori nel proprio cantiere, onde verificare la regolarità contributiva di queste ultime. In assenza, l'impresa subappaltatrice non ha diritto ai pagamenti per l'opera effettivamente prestata.
Viceversa, il DURC non è necessario tutte le volte in cui si tratta di opere in edilizia "libera", come le manutenzioni ordinarie e in generale tutti i lavori per i quali non è richiesto alcun titolo abilitativo da parte dell'amministrazione: ad esempio, ciò accade per i lavori di tinteggiatura dei muri esterni, per la riparazione di ringhiere e grondaie o per l'abbattimento di barriere architettoniche, quando non è necessario realizzare rampe per effettuare i lavori

In che modo si ottiene il DURC?

Per le tipologie evidenziate di lavori di edilizia privata per i quali è necessario ottenere il DURC, la procedura connessa al rilascio del documento è stata modificata dalla legge 34/2014, secondo la quale è possibile richiedere l'attestazione anche online, ricevendo il documento in formato elettronico presso l'indirizzo PEC obbligatoriamente tenuto dall'impresa edile. In alternativa, è ancora possibile chiedere il DURC in modo tradizionale, presentandone richiesta all'Ente Prevideziale interessato a mezzo del legale rappresentante dell'impresa, di un consulente del lavoro o del commercialista.
Condizione per il rilascio del Documento è che l'impresa richiedente sia in regola con i pagamenti previdenziali mensili fino al momento dell'istanza. In questo caso, l'Ente emette l'attestazione entro 15 giorni dalla richiesta. Il documento ha una validità di 120 giorni, con la scadenza che deve essere specificamente indicata sul titolo stesso. Ne consegue che per lavori di durata superiore ai quattro mesi sarà necessario rinnovare la richiesta e ottenere un nuovo DURC.

Quali sono le sanzioni per l'assenza del DURC?

Sebbene l'obbligo di dotarsi del DURC gravi sull'impresa a cui sono affidati i lavori, la legge dispone che il committente acquisisca il documento da parte della ditta appaltatrice. Se il DURC non viene fornito al committente, questi, in solido con il Direttore dei Lavori, viene ritenuto responsabile e può essere condannato alla sanzione dell'arresto da 2 a 4 mesi e al pagamento di un'ammenda che va da 1.106,19 a 5.309,73 €.
Tuttavia, il Direttore dei Lavori, anche quando il DURC viene regolarmente trasmesso da parte della ditta che esegue le opere, può verificare periodicamente che il datore di lavoro sia in regola con i versamenti riferiti ai propri dipendenti, eventualmente con facoltà di chiedere chiarimenti e integrazioni in caso di irregolarità: è quanto affermano gli artt. 123-124 del D.P.R. 554/1999.
Peraltro, il DURC deve essere acquisito anche da parte dell'Amministrazione che rilascia i titoli autorizzativi per l'esecuzione dei lavori: se vengono riscontrate irregolarità nel documento, il Comune dovrà sospendere o revocare l'efficacia del Permesso di Costruire o della DIA/SCIA avanzate.
Per quanto concerne l'impresa non in regola con il versamento degli obblighi previdenziali, invece, l'eventuale ispezione sul cantiere che dovesse accertare la presenza di operai non regolari può determinare conseguenze molto gravi, che vanno dalla semplice interruzione dei lavori, passando per la sospensione dell'abilitazione all'esercizio dell'attività e, in caso di processo penale, alla condanna per la commissione del reato di omesso versamento delle ritenute previdenziali.

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Ai sensi dell'art. 88 del D.Lgs. n. 81/2008 e nell'ambito di applicazione del titolo IV Capo I dello stesso decreto il committente è il soggetto per conto del quale l’intera opera viene realizzata, indipendentemente da eventuali frazionamenti della sua realizzazione.
Si precisa inoltre che secondo il Ministero del lavoro (Circ. Min. Lav. n. 41/1997) il Committente deve essere una persona fisica, in quanto titolare di obblighi penalmente sanzionabili. Quindi, nell'ambito delle persone giuridiche pubbliche o private, tale persona deve essere individuata nel soggetto legittimato alla firma dei contratti di appalto per l'esecuzione dei lavori, il committente è il soggetto titolare del potere decisionale e di spesa relativo alla gestione dell’appalto.
Per consolidate abitudini si è portati a pensare che il committente sia una entità “astratta”, demandata per lo più a pagare i lavori che vengono svolti in cantiere.
Al contrario il D.Lgs. n. 81/2008 identifica nel committente il perno centrale attorno a cui ruota tutta l’opera di costruzione all’interno di un cantiere edile, e pertanto ne risponderà civilmente e penalmente qualora dovessero verificarsi reati o mancanze.
Tra i compiti più gravosi che spettano per legge al committente vi è senza dubbio il costante e giornaliero controllo sulle condizioni di sicurezza, il quale non consiste unicamente nella redazione di documenti ma ad un reale e materiale supervisione di cantiere.

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Come può tuttavia, un cittadino sprovvisto di particolari competenze tecniche a farsi carico di questi oneri?
il legislatore ha posto rimedio a ciò istituendo una figura professionale (facoltativa e non obbligatoria che può essere nominata in qualsiasi momento): il responsabile dei lavori; questi è un soggetto terzo (spesso un professionista del settore) che, dal momento della sua nomina, svolge tutti i compiti che di legge sono assegnati al committente.
In termini di sicurezza e di rapporti con le istituzioni pubbliche, le responsabilità del committente consistono in:
art. 90 del D.Lgs 81/2008 li elenca, andiamo a descrivere i più significativi: 1. Il committente o il responsabile dei lavori, nelle fasi di progettazione dell’opera, si attiene ai principi e alle misure generali di tutela di cui all’articolo 15, in particolare: a) al momento delle scelte architettoniche, tecniche ed organizzative, onde pianificare i vari lavori o fasi di lavoro che si svolgeranno simultaneamente o successivamente; b) all'atto della previsione della durata di realizzazione di questi vari lavori o fasi di lavoro. 3. Nei cantieri in cui è prevista la presenza di più imprese esecutrici, anche non contemporanea, il committente, anche nei casi di coincidenza con l’impresa esecutrice, o il responsabile dei lavori, contestualmente all’affidamento dell’incarico di progettazione, designa il coordinatore per la progettazione. 4. Nei cantieri in cui è prevista la presenza di più imprese esecutrici, anche non contemporanea, il committente o il responsabile dei lavori, prima dell’affidamento dei lavori, designa il coordinatore per l’esecuzione dei lavori, in possesso dei requisiti di cui all’articolo 98 (ingegneri, architetti, geometri, periti ecc...). 5. La disposizione di cui al comma 4 si applica anche nel caso in cui, dopo l’affidamento dei lavori a un’unica impresa, l’esecuzione dei lavori o di parte di essi sia affidata a una o più imprese. 7. Il committente o il responsabile dei lavori comunica alle imprese affidatarie, alle imprese esecutrici e ai lavoratori autonomi il nominativo del coordinatore per la progettazione e quello del coordinatore per l’esecuzione dei lavori. Tali nominativi sono indicati nel cartello di cantiere. 9. Il committente o il R.L., anche nel caso di affidamento dei lavori ad un’unica impresa o ad un lavoratore autonomo: a) verifica l’idoneità tecnico-professionale delle imprese affidatarie ... c) Trasmette all’amministrazione concedente, prima dell’inizio dei lavori oggetto del permesso di costruire o della denuncia di inizio attività, copia della notifica preliminare di cui all’articolo 99.

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L'Italia é un paese ricco di inventiva. Siamo riusciti a delegare alla semplice carta il compito di creare nel cantiere un ambiente sicuro e regolamentato.
Abbiamo delegato al POS (piano operativo di sicurezza) il compito di proteggerci dai rischi di alcune lavorazioni.
Abbiamo delegato al DURC il compito di dimostrare che "tal azienda" é in regola con il pagamento dei tributi.
Siamo ormai arrivati al punto che, per svolgere operazioni di breve durata (come per esempio la realizzazione di un piccolo pavimento industriale) si occupa realmente più tempo a compilare inutile cartaccia in ufficio che a lavorare in cantiere.
Come accennato in un precedente articolo, la documentazione minima obbligatoria che occorre presentare per l'ingresso in cantiere é:
a) POS, ovvero il famoso Piano Operativo di Sicurezza, Un documento di circa 50-60 pagine in cui si illustrano nel dettaglio le fasi di lavorazione, i possibili rischi e gli accorgimenti da adottare per salvaguardare l’incolumità dei lavoratori.
b) DURC. Documento Unico di Regolarità Contributiva, il quale ha un valore di 3 mesi dalla data di emissione (con il “decreto del fare” la validità del DURC sarà portata a 6 mesi).
c) Dichiarazione sostitutiva dell’atto di notorietà (solo su richiesta da parte dell’appaltante).
d) Schede di sicurezza dei materiali impiagati in cantiere.
e) Anagrafica d’impresa.
f) Copia dell’assicurazione RCT/RCO con quietanza di pagamento.
g) Attestati di formazione RLS + RSPP + resp. Antincendio + resp. Primo soccorso.
h) Visura camerale.
i) Modelli LAV dei dipendenti.
j) Dichiarazione di consegna DPI ai dipendenti.
k) Idoneità alla mansione.
l) Lettera di nomina del medico competente.
m) Dichiarazione del contratto collettivo applicato.
n) Dichiarazione valutazione rischi rumore + vibrazione + chimico.
o) Dichiarazione di esenzione da provvedimenti interdittivi.
p) Dichiarazione OMA.
q) Dichiarazione di conformità CEE dei macchinari utilizzati in cantiere.
r) Dichiarazione di presa visione del PSC (il quale deve essere redatto dall’appaltante)

A questi, molto spesso si aggiungono altri "fantasiosi" documenti, richiesti dall'appaltatrice o da società collegate.
In pratica: una fitta giungla burocratica.

Questi documenti servono realmente a fare sicurezza?
In parte si. Non si può certo dire che sia tutto inutile. Tuttavia questa abnorme mole di carta porta pochi vantaggi, sopratutto se si tiene conto che le figure preposte alla sicurezza sono generalmente "entità astratte" che non si vedono in cantiere, e che si limitano a stare negli uffici (magari a centinaia di km di distanza) a visionare documenti.
A questo si aggiunge che spesso in cantiere vengono eseguite lavorazioni al di fuori degli orari standard, in mancanza dell'appaltante e di un responsabile di cantiere.
Puo questa essere definita sicurezza?

Come sovra-descritto i documenti da realizzare sono moltissimi, ed alcuni di questi sono particolarmente laboriosi. é auspicabile che una piccolissima azienda edile artigiana possa essere in grado di realizzarli quotidianamente ed essere quindi in regola?
Direi proprio di no, sopratutto in periodi di crisi come questo, dove molte imprese edili non hanno neppure una normalissima polizza assicurativa rct/rco.
Le virtuose imprese medio-piccole invece sono spesso costrette ad assumere ulteriore personale d'ufficio, aumentando i costi di struttura e divenendo quindi meno concorrenziale sul mercato, favorendo quindi chi, dei documenti e della sicurezza se ne frega.

Un responsabile di una azienda specializzata in sicurezza, da me interpellato mi ha risposto in modo sincero quanto sconcertante: "anche volendo, una azienda non sarà mai in regola al 100%. In Italia é impossibile, persino per noi che lo facciamo di mestiere".


 

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