Come già descritto in un precedente articolo sulla scivolosità dei pavimenti in calcestruzzo ed in resina, il tema della sicurezza sui luoghi di lavoro e le pavimentazioni da adottare può essere un argomento di difficile comprensione. Cerchiamo di spiegare nel dettaglio..
Sembrerebbe banale, ma occorre innanzitutto chiarire i fattori che provocano il rischio di caduta.
In estrema sintesi, lo scivolamento è innescato da un basso coefficiente di attrito radente dinamico tra la calzatura ed il pavimento.
Il basso attrito radente dinamico indica bassa aderenza e può essere originato da:
Nel decreto legislativo 81/2008, noto anche come Testo Unico per la Sicurezza nei Luoghi di Lavoro, si prescrive che: “i pavimenti presentino condizioni tali da rendere sicuro il movimento ed il transito di persone e mezzi, prescrivendo che questi siano fissi, stabili ed antisdrucciolevoli, esenti da protuberanze, cavità o piani inclinati pericolosi, oltre a non essere ingombrati da materiali che possano impedire la normale circolazione”.
Occorre però capire in modo oggettivo cosa è “stabile” od “antisdrucciolevole”.
Per capire meglio, bisogna far riferimento al decreto ministeriale 236, il quale risale ben al 1989, il quale recita testualmente: “Per pavimentazione antisdrucciolevole si intende una pavimentazione realizzata con materiali il cui coefficiente di attrito, misurato secondo il metodo della B.C.R.A. (British Ceramic Research Association) sia superiore a:
0,40 per elemento scivolante in cuoio su pavimentazione asciutta
0,40 per elemento scivolante gomma su pavimentazione bagnata
0,55 su pavimento esterno bagnato
i valori predetti di attrito non devono essere modificati dall'apposizione di strati di finitura lucidanti o di protezione".
Le ipotesi di pavimentazione asciutta o bagnata devono essere assunte in base alle condizioni normali del luogo ove sia posta in opera. Nel caso dei pavimenti in resina bisogna inoltre far riferimento alla UNI 8298-16:2007, la quale spiega solamente come effettuare le prove per determinare il coefficiente di attrito superficiale, senza tuttavia indicare valori di riferimento.
Il d.m. 236/89 contrasta però con la UNI 8298-16:2007, la quale prescrive che le prove devono essere effettuate su provini realizzati ad hoc, condizionati per almeno 24 ore a temperatura ed umidità prestabilite, in assenza di ogni contaminazione da grassi, oli, polvere, etc…
Ciò vanifica i risultati in quanto i pavimenti in resina come quelli in calcestruzzo vengono realizzati in opera con tecniche prettamente manuali. I test di laboratorio sono applicabili solo ad elementi prefabbricati (ceramiche, linoleum, etc..), i quali una volta certificati possono essere replicati in serie, senza variazioni sul grado di finitura superficiale.
Molto spesso, all’interno delle voci di capitolato inerenti le pavimentazioni, vengono citati valori tipo R11, R12, etc.
Questo purtroppo rappresenta generalmente un errore, in quanto:
I valori R sono riferiti alla normativa tedesca DIN 51130, la quale non ha validità sul mercato italiano (salvo specifici accordi contrattuali)
La DIN 51130 è applicabile alle sole pavimentazioni prefabbricate (tipo ceramica) replicabili in serie, il cui coefficiente di attrito è verificabile con test di laboratorio.
Tale normativa non è applicabile ai pavimenti industriali in calcestruzzo ed in resina che vengono realizzati in opera, ovvero presso il cantiere stesso, con tecniche manuali, non replicabili in serie ed influenzate da numerosi fattori.
Per verificare velocemente e senza costi proibitivi il potere antiscivolo del pavimento, è possibile utilizzare il test del pendolo, secondo la norma UN EN 13036-4.
Il Pendulum Test misura l’attrito opposto dalla superficie del pavimento all’oscillazione di un particolare pendolo su cui viene montato un pattino di gomma che sarà la parte sfregante sul pavimento. Tale prova si può realizzare sia su superfici bagnate sia asciutte.
Attenzione però… Il test del pendolo è citato dalle norme UNI (norme tecniche volontarie) e dai codici di buona pratica Conpaviper, ma non è citato dalla norma cogente di riferimento, pertanto può essere usato come test ad uso interno ma senza una valenza legale in caso di contenzioso o sinistro.
Al momento il Pendulum non può sostituire il test bcra, sino a che non verrà citato nelle norme cogenti.
Dipende.
Una pavimentazione marcatamente ruvida è sicuramente più difficile da pulire rispetto ad superficie completamente liscia, in quanto i dischi o le spazzole delle macchine lavasciuga tendono ad agire meccanicamente solo sulle aree più alte del pavimento.
Tuttavia, occorre evidenziare che la ‘presa di sporco’ ovvero la capacità di una superficie di trattenere le contaminazioni, dipende solo in parte dalla ruvidità. La porosità di una superficie agisce in modo più marcato nel trattenere la sporcizia, motivo per il quale (ad esempio) un pavimento in calcestruzzo non trattato tende ad essere molto più sporchevole di un pavimento in resina molto ruvido.
Un tecnico competente vi potrà supportare nell’individuare il corretto metodo di lavaggio, in funzione del tipo di pavimentazione e delle contaminazioni da rimuovere.
Non esiste una risposta univoca e non esiste uno standard di certificazione.
Risulta fondamentale affidarsi ad un fornitore in grado di progettare, nelle varie aree dell’azienda, la giusta pavimentazione in funzione della specifica destinazione d’uso.
Ciò che rimane fondamentale in tema di sicurezza contro il rischio scivolamento é che le pavimentazioni adottate rispettino i criteri indicati dalle norme vigenti e che (con la dovuta manutenzione) questi valori vengano mantenuti negli anni.
Tiziano Massazzi
Tecnologo del calcestruzzo
Direttore tecnico @ ATEF srl
Autore del libro
I pavimenti industriali in resina
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