Il problema della "prestazione di mano d’opera" nella realizzazione di pavimenti industriali.

09/05/2022

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Immaginate di dover fare l’impermeabilizzazione della copertura del capannone industriale. Andate alla rivendita edile a comprare la guaina bituminosa al miglior prezzo, cercando puoi un impermeabilizzatore che ve la venga ad installare, fornendovi anche una garanzia di “buona esecuzione dell’opera”.
Pensate che sia assurdo?
Certamente.
Non troverete nessun impermeabilizzatore che si presterà a fornire la propria professionalità “a giornata”, dando inoltre garanzie su materiali che non conosce e che non ha acquistato.

Eppure, nel mondo dei pavimenti industriali in calcestruzzo spesso funziona proprio così!

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Fare un pavimento in calcestruzzo è semplicissimo.


Basta comprare del calcestruzzo generico, magari un RCK C20/25 di quello buono, mettere la rete elettrosaldata sul fondo e chiamare “la squadra”, che si occuperà della posa, la lisciatura e l’applicazione dello spolvero di quarzo.
Ovviamente sulla squadra ricadranno tutte le dovute garanzie sulla buona riuscita dell’opera.

Semplice ed economico, no?
Talmente semplice che, statistiche dei tribunali italiani alla mano, il pavimento industriale in calcestruzzo risulta essere la seconda opera più contestata dell’involucro edilizio, preceduta solo dalle impermeabilizzazioni.
La differenza sostanziale però è che l’impermeabilizzazione viene realizzata da un unico interlocutore il quale, per legge, è tenuto a fornire una garanzia minima di 10 anni.
Nel caso di contenziosi su pavimenti industriali, spesso riscontro che gli interlocutori sono più di uno.
Qualcuno ha fornito il calcestruzzo, qualcuno ha fornito le armature, qualcun altro ha fatto la posa, nessuno ha progettato.

L’entrata in vigore delle NTC 2018 ed il riconoscimento ufficiale delle pavimentazioni industriali quali strutture che debbono essere progettate e collaudate, avrebbe dovuto segnare la fine dei pavimenti realizzati come semplici “gettate di cemento”.
Tuttavia i malcostumi sono difficili da estirpare, specialmente se supportati dalla convinzione che realizzare il fai-da-te consente un tangibile risparmio economico.

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“Ma abbiamo sempre fatto così, ed è sempre andato bene…”

Se negli anni ’80 o ’90 tale affermazione poteva trovare una vaga giustificazione, oggi non può essere altro che un atteggiamento demenziale.
Come scritto all’inizio dell’articolo, nei tribunali italiani i contenziosi non mancano di certo e questa è la prova che “fare come si è sempre fatto” non porta a buoni risultati, in quanto:

  • Il traffico dei carrelli moderni a ruota semi-rigida (Vulkollan) implica carichi concentrati più che decuplicati rispetto ai carrelli a ruota gommata del secolo scorso.
  • Le scaffalature dei magazzini, sempre più alte e di elevata concentrazione, richiedono portate utili del pavimento sempre più elevate.
  • I carrelli trilaterali a ruota semi-rigida, per funzionare a pieno regime richiedono ottimi valori di planarità, i quali devono corrispondere a quanto previsto del DT CNR 211/2014.

Questi sono solo alcuni dei motivi per cui non ci si può più affidare al consueto “massetto da 15 centimetri”, ma occorre progettare e realizzare in funzione della specifica destinazione d’uso.

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